• Sul Balcone con Manet

    Inserito il January 7, 2014 come Cultura

    Edouard Manet Il BalconeEdouard Manet Il BalconeCi sono dei quadri capaci di simboleggiare in un’unica immagine l’essenza di una religione (come certe scene della Crocifissione), o lo spirito del tempo (come il tema della Nave dei Folli) o la forma di potere di un’epoca (come nei ritratti dell’aristocrazia).
    A prescindere dai reali personaggi storici che Manet usò come modelli per questo dipinto, Il Balcone è l’icona di una classe sociale al suo apogeo: la Borghesia.
    Se il luogo simbolico di rappresentazione dell’aristocrazia furono la Corte o il Campo di Battaglia, quello della Borghesia doveva essere il Salotto. È vero che il Borghese combatté le sue guerre alla testa della sua Fabbrica come Capitano d’Industria, ma mai come prima era accaduto ad una classe sociale si aprì una dinamica interiore che trovava nella Famiglia il proprio orizzonte psicologico, e nello spazio corrispettivo del Salotto i confini di ogni relazione privata e pubblica.
    Il Salotto è il luogo d’elezione del Romanzo Ottocentesco e Novecentesco, nel quale la Borghesia decide i propri piani, organizza le proprie strategie, trama i propri amori e i propri tradimenti, e dove Freud la inchioderà ai suoi complessi psicologici familiari.
    Il Balcone divarica le pareti del ventre domestico, espone il Salotto verso l’esterno. Ma non è il portone del palazzo, non è la via d’uscita: è proprio come la balconata in teatro, interstizio tra il vedere lo spettacolo e il far mostra di sé. Nè sul palcoscenico come l’aristocrazia, né in platea come il popolo, la borghesia resta sospesa tra l’una e l’altra, su un balcone dove si mostra nello stesso attimo in cui osserva, dove la propria Coscienza e la propria Scienza si auto celebrano trasformandosi in breve tempo in una Tecnica per il controllo sociale, che sarà fondata proprio sulla Vista.
    Manet ci presenta i tre personaggi chiave di questo teatro, l’unità minima per l’esistenza di una Famiglia immaginaria: il Padre, la Madre, la Figlia. Nella penombra della stanza c’è un quarto personaggio, ma non può ricevere la luce, il suo volto è come senza occhi, e sostiene un vassoio. Da dietro questi tre protagonisti non possono essere visti, l’ombra e il silenzio devono calare sui panni sporchi, che eventualmente si laveranno in Famiglia. Il Servo è l’elemento popolare che sta al servizio dei padroni di casa, mentre si offrono alla vista degli altri servitori che stanno ancora più sotto, giù per strada.
    Ognuno dei tre protagonisti ha uno sguardo diverso, atto a rappresentarne il ruolo simbolico, e ogni volto è dipinto con una tecnica diversa, che potremmo anche definire cronologicamente come una sintesi di Storia della Pittura e delle sue correnti stilistiche, e che oggi definiremmo come la progressiva messa a fuoco di una macchina fotografica.
    Il Padre-Marito è in posa, con lo sguardo fissato in lontananza, ignorando per coscienza di superiorità, oltre che le due altre figure lì presenti, anche il pubblico della strada. Immutabile ed inespressivo, permane nell’impassibilità con cui si costruivano i ritratti o i busti dei grandi della terra. E’ il Centro di tutto, il primo motore immobile: solo da Lui acquista senso il mondo circostante, solo dalla sua morale virile, che senza il valore militare è divenuta maschile, si articolano i diritti e doveri della sua società. Non ha più bisogno di mostrare la spada, la sua potenza è nella capacità di governare il tempo di lavoro, la sua forza nel disporre del tempo libero. Le sue mani sono inoperose e pulite, può fumarsi una sigaretta, con tranquilla fierezza.
    Alla sua sinistra poco più avanti si trova la Madre-Moglie, e contro le leggi fisiche della prospettiva ma secondo quelle dell’ordine gerarchico e simbolico, è più bassa, pur portando oltretutto i tacchi. Guarda avanti e fuori, materna e pietosa verso le sofferenze del mondo, con il fragile collo e la testa lievemente reclinata, gli occhi spenti ad ogni personale passione, pronta ad accettare con devota rassegnazione il nobile compito di Donna-Moglie-Madre che il destino le ha assegnato.
    È lei a farci capire che stanno per uscire. Tutto il resto è immerso in un’atmosfera di solenne e rarefatta inerzia. C’è la statua del Padre-Marito e la Figlia è a sedere. È solo il piccolo segno dell’ombrellino tenuto in braccio come un bambino, mentre le mani s’infilano i guanti, ad indicarci che non resteranno lì, a suggerirci che la statua paterna prima di imbalsamarsi per un ultimo saluto al pubblico della strada, aveva già decretato che era l’ora di uscire di casa. E lei, la Moglie-Madre, è sempre disponibile, è colei che è sempre Pronta al rispetto delle regole.
    Ma qualcuno è lì in primo piano a rappresentare la figura dell’opposizione radicale, a installarsi come il segno della disobbedienza: la Figlia.
    Sono già tutti in piedi, e lei invece sta seduta, dalla parte opposta dell’uscita di casa, proiettata verso un nuovo altro mondo ancora fatto della sostanza di cui sono fatti i sogni. È appoggiata all’inferriata di quel terrazzino come una prigioniera alle sbarre della sua cella. Il cagnolino ai suoi piedi è l’animale addomesticato che difende la sua casa, contraltare di lei, bestia indomita che ne mina le fondamenta. Non vuole uscire di casa, desidera andarsene per sempre: la Figlia, ovvero colei che è sempre in Fuga dalle regole.
    È nel suo volto e nei suoi occhi che vibrano la Tempesta e l’Impeto, che si mescolano lo sdegno contro la griglia morale del suo habitat e la volontà d’evasione verso qualunque abisso.
    In questo quadro di morte incastonato dalle verdi persiane, è lei la vita, lei, la Figlia è la pianta viva che le sta a fianco all’angolo del balcone, contro il fiore da cimitero piantato nella testa della Madre.
    È lei – la Figlia – la passione, il sogno, l’immaginario, è lei Madame Bovary, la fuga infinita, da tutto, anche da se stessa: è lei l’Artista che sta per dipingere l’opera d’arte.
    È già morsa la mela che giace ai suoi piedi. Adesso deve solo decidere se aprire il ventaglio al vento che le farà scavalcare il balcone, oppure se attraversare i corpi morti del salotto, e andarsene sbattendo la porta, per sempre.

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