Cristo Gitano

Il Libro di Cristo Gitano, con prefazione di Antonio Tabucchi, Pagnini Editore, 2005. ibs

“Daniele Lamuraglia ha deciso di rialzare il sipario: e lo ha fatto con un procedimento che, al di là dell’interesse umano e antropologico che lo muove, costituisce un’operazione drammaturgica di grande interesse:l’identificazione con la maschera. Il teatro, da sempre, è maschera. L’inteprete assume un ruolo per interpretare chi non è, per uscire da se stesso assumendo le sembianze dell’altro. Nel caso di Cristo gitano, testo teatrale che mette in scena un mito zingaro, Lamuraglia ha voluto come interpreti gli Zingari. Ha cioè voluto che gli Zingari interpretassero se stessi. Ma, come dicevo prima, il teatro è il luogo della assoluta alterità: l’attore può essere tale soltanto quando dimenticando se stesso diventa l’altro. L’anello di Mpebius costituito dallo spettacolo di Daniele Lamuraglia consiste proprio in questo: che i protagonistiZingari, interpretando se stessi, sono obbligati a diventare altri da se stessi. Sono obbligati a diventare altri da se stessi. Sono obbligati cioè a vedersi dal di fuori […].

Nel caso di questo spettacolo li Zingari si specchiano in noi, che siamo il pubblico che li guarda. C’è un gioco di alterità in questo spettacolo che dovrebbe farci meditare. Loro recitano per noi, che siamo l’Altro. Recitano se stessi, ma in quanto finzione teatrale loro stessi sono altri. E se fossimo tutti “altri”, a questo mondo?”

spagnolo

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Antonio Tabucchi (dalla prefazione  de Il Libro di Cristo Gitano)